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mercoledì 5 giugno 2013

La recensione di Ali d'Argento

ALI D’ARGENTO

Pubblicata per la prima volta in Giappone nel 1997, Ali d’Argento è il doloroso racconto di una squadriglia di kamikaze giapponesi, coloro che, nel corso del 1945, vennero incaricati dal governo imperiale di utilizzare i propri caccia Zero per schiantarsi sulle navi della marina statunitense in un’ultima resistenza contro l’assalto americano. Il suicidio come strumento di lotta.
In superficie, la trama di Ali d’Argento è quella di un manga di guerra, in cui a farla da padrone dovrebbero essere le scene di battaglia. In realtà gran parte della produzione manga, anime o cinematografica giapponese sulla Seconda Guerra Mondiale ha spesso puntato l’attenzione più sulla complessità del momento storico e sulla sua drammaticità che non sulla spettacolarità. Del resto, se gli U.S.A. hanno vinto la guerra ed hanno esaltato il loro ruolo di liberatori dal fascismo, alimentando la figura del buon americano, in Giappone le ferite del conflitto non sembrano essersi del tutto rimarginate, e gran parte dei temi della narrazione fantasy e fantascientifica nipponica rimanda al conflitto: le devastazioni della guerra, l’autoritarismo insito nel tratteggio delle psicologie dei nemici in molte di queste storie, l’incubo della contaminazione atomica (Nagasaki e Hiroshima). Ali d’Argento è forse, in questa narrazione, un anello di congiunzione fra riflessione storica e opera di fiction, perché Ayumi Tachihara sceglie di descrivere la Storia così com’è stata, senza metafore o astrazioni. Ali d’Argento racconta la guerra in tutto il suo orrore, l’imperialismo giapponese, la disperazione dei singoli soldati, il clima di paranoia e d’influenzamento delle coscienze da parte della massa durante il periodo dell’esaltazione bellica. La domanda che collega come un fil rouge il centinaio di pagine del manga (in volume unico) è perché ci uccidiamo: per il paese? Per i parenti, affinché non siano uccisi dagli invasori? Per paura? Quello che l’autrice ci pone davanti è un tragico tantra sotto forma di monologo interiore, che tormenta il lettore sino agli ultimi momenti del racconto. Il gruppo di aviatori simboleggia quelle generazioni rubate dalla guerra-o, sarebbe meglio dire, da tutte le guerre-in nome di un clima di autoesaltazione collettiva devastante, tipico dei regimi autoritari dell’età moderna. Alla fine, la risposta alla domanda è commovente e disperata. 

Manga complesso, ben realizzato (uniformi, velivoli e altre attrezzature belliche sono ricostruite benissimo) che pone l’attenzione sui rapporti interpersonali facendone motori propulsivi della storia, Ali d’Argento è un piccolo gioiello, realistico e doloroso. 

Recensione scritta da Fabio Antinucci





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